sabato 12 gennaio 2013

Pro me, pro te, Prometheus. #prometheus


Mi sono svegliato tardi. Alien l'ho visto la prima volta quest'estate, perché poi a settembre usciva Prometheus e non volevo farmi trovare impreparato.

Alien è uno straordinario film di fantascienza, in primis perché è uno straordinario film. Poi perché ha uno straordinario protagonista interpretato da una straordinaria attrice, principali vettori della tensione claustrofobica del film (nonostante siamo su un pianeta deserto perso nello spazio profondo).
A cornice di questa tensione c'è la pregiata fattura di scenografie e effetti speciali che hanno ridefinito l'estetica del genere fantascientifico/horror. La storia è una dose di misteri e complotti tossica al punto da mettere in discussione il senso della vita dei personaggi e subliminalmente anche degli spettatori. Lottare fino all'ultimo, sì, sapendo però che c'è un colossale pericolo di sterminio della razza umana che può ripresentarsi in qualunque momento.

Prometheus è precisamente la stessa cosa, solo con la colpa di essere arrivato 33 anni dopo e di essere sceneggiato da Damon Lindelof. Questo gli ha attirato le critiche di almeno due categorie di persone: i fanatici di Alien, e e gli snob di Lost. Due bruttissime categorie di persone. E a quanto pare io ne sono circondato. Bene.
Essendo Prometheus una copia conforme di Alien non si può certo vantare di aver ridefinito l'estetica di un bel ciufolo di nulla. Non si può neanche vantare della squisitezza di effetti speciali fatti a mano, dato l'abbondante uso di computer graphic. Non si può vantare nemmeno di Sigourney Weaver, perché qui la protagonista è Noomi Rapace: forse sarà altrettanto tosta ma sulla bravura avrei da ridire. In ogni caso  non dà una performance memorabile, tanto che a rubarle la scena è il robot David, interpretato da Michael Fassbender. Di lui forse avrete sentito dire che è molto bravo. O forse avrete sentito dire altro. Qui è molto bravo, e ha un ruolo migliore di quello della protagonista.
Nella distopia della fantascienza di Ridley Scott, David è un buono, si sacrifica, e non essendo umano è anche riciclabile al 100%. Le cose, dovessero mettersi male, c'è sempre lui che le aggiusta, o comunque dà una mano. O una testa. E nella fantascienza di Ridley Scott le cose vanno parecchio male, e sempre.

Qual è il contributo di Damon Lindelof a questo film? Mi viene da dire "nessuno", per quanto mi riguarda, ma cerchiamo di ragionare obiettivamente. Lindelof ha redatto una nuova stesura di una sceneggiatura già scritta in precedenza da Jon Spaihts.
Pare sia colpevole di due cose in particolare: la totale assenza dal film del classico Alieno (lo xenomorfo), e la svolta boyscoutista del robot David. In realtà questi mutamenti sono sempre dettati dal produttore/regista Scott di volta in volta. Ecco perché, secondo me, il contributo di Lindelof, così come il contributo di Spaihts, sono circa nulli, o comunque codificati nel film finito, inaccessibili. Hanno "soltanto" messo la loro scrittura al servizio dell'idea di Ridley Scott o comunque delle necessità produttive e commerciali di un prequel/spinoff/reboot/nonsisonomaidavverodecisisucosavolessero di Alien. Insomma, chi dice che in Prometheus ci ha visto i difetti di Lost sta solo dando aria all'esofago, che evidentemente ci aveva bisogno.

Personalmente io ho un debole (ma credo tutti, se ci si riflette un attimo su) per i miti delle origini. Questi e il futuro più remoto possibile sono due concetti che mi terrorizzano e da cui mi lascio terrorizzare. E Prometheus lascia aperte le intenzioni degli Ingegneri, i mastodontici esseri albini che si sarebbero sacrificati per creare la vita umana sulla Terra, salvo poi ripensarci e desiderare di sterminarci tutti e il più presto possibile. Materia di discussione per i prossimi Prometheus 2 e 3 ecc...

martedì 8 gennaio 2013

I (miei) migliori 10 film del 2012

Tempo di classifiche. Ne trovate in giro parecchie, autorevoli. Questa è la mia. È sicuramente parecchia, ma autorevole non tanto. Però è la mia, e le voglio bene. Adesso bando ai sentimentalismi.

Nel 2011 dissi che avevo visto così tanti film da farmi schifo. Non l'avrei mai pensato, ma quest'anno posso essere orgoglioso di farmi ancora più schifo. Quasi doppiamente schifo. L'anno scorso mi sono fermato a 103 film. Quest'anno, complice la frenesia da Oscar, un paio di festival vissuti intensamente, e un vergognoso abbandono della lettura di libri, tocco quota 182. Tutti, per un motivo o un altro, eccellenti. Ridurli a una top 10 è un grosso dramma che ti autoinfliggi perché comunque sei contento che i tuoi grossi drammi siano questi. Il masochismo è amore.

Riporto i miei criteri di selezione, dall'anno scorso:
Da burocrate di prim'ordine quale sono, ho limitato la gara alle pellicole distribuite in Italia nel [2012], indipendentemente dalla data di produzione originale. Da paraculo quale pure sono mi sono invece ritrovato a escludere dalla classifica alcuni ottimi, adorati film la cui unica colpa è quella di aver già esaurito il loro potenziale discorsivo nella scorsa stagione degli Oscar. Purtroppo 12 mesi sono troppi, e la memoria è corta. Pure l'entusiasmo. Si dovrebbero fare classifiche semestrali, una a marzo e una a settembre. Ma chi le fa le classifiche a marzo e settembre? E chi rinuncia alla magia anche scaramantica del bilancio di fine anno? Nessuno, ecco chi. Quindi tocca escludere chi non resiste alla prova del tempo.
L'idea delle classifiche semestrali non è così balzana. Chissà se a marzo me ne ricorderò.
È dura escludere i film della stagione passata degli Oscar. Ma soprattutto è dura escludere alcuni film festivalieri che in Italia non sono ancora usciti (né usciranno mai). Infatti, con una insindacabile decisione a sorpresa, non li escludo. [tumulti sugli spalti]

Altri disclaimer:
  • considero soltanto i film che ho visto. Come dicevo ne ho visti tanti. Ma non tutti. E non tutti i più importanti;
  • questi non sono necessariamente i film migliori, ma i miei preferiti e che mi sento di consigliare agli sventurati che hanno dimostrano un qualche interesse nel seguire questo blog e il suo confuso autore;
  • non ho una regola fissa ma tendo sempre a fare una classifica rappresentativa di "categorie" (animazione, italiani, stranieri non statunitensi, fantasy, documentari). Su alcune categorie sono più ferrato, altre (film stranieri e documentari) le ho frequentate molto meno; in queste ultime categorie quindi la mia scelta era più o meno obbligata;
È l'ora delle decisioni irrevocabili. Ecco per voi una bella piramide all'ingiù. Da sinistra a destra, dall'alto in basso, dalla 10° posizione alla prima, i film più film dell'anno. [Da notare anche le dieci meravigliose locandine, solo poche delle quali sono giunte in Italia in questa versione.]

BEST OF 2012


Datosi che ho latitato per tutto l'anno e non ho speso una parola una su tutto il cinema in cui mi sono crogiolato, è opportuno dedicare un breve pensiero a ciascuna di queste dieci perle.

10. Indie Game: The Movie (di Lisanne Pajot e James Swirsky, USA 2012) / Documentario sulla travagliata nascita di tre videogame indipendenti di successo, Fez, Super Meat Boy e Braid [a tal proposito, su Google+ trovate anche il mio bilancio videoludico di quest'anno]. Piacevolmente colpito da questo documentario particolarmente intenso sulla vita di giovani imprenditori, improvvisamente milionari e subissati dalle critiche feroci del "popolo di internet". Si piange, si trema, si giudica. E dopo, si gioca! [Un mio giudizio un po' più esteso l'ho lasciato nei commenti a questo blog]

9. Chronicle (di Josh Trank, USA 2012) / Il miglior film di supereroi dell'anno, dopo Batman. Indipendente, narra di giovincelli che assumono uno straordinario potere telecinetico. Allenandosi a controllarlo, uno di questi giovincelli cederà alle manie di grandezza e sarà un disastro. Tutto girato come found footage (le immagini del film sono idealmente quelle ritrovate registrate nelle videocamere dei protagonisti del film stesso), verso la fine diventerà un delirio di inquadrature dalle molteplici videocamere preda del potere telecinetico del protagonista.

8. Prometheus (di Ridley Scott, USA/UK 2012) / Il discusso prequel di Alien. Scritto dal discusso sceneggiatore di Lost. A me piace Alien, piace Lost, e piacciono le discussioni. Insomma, è fatto apposta per me. I detrattori hanno detto che è pessimo perché sembra Lost. Invece ricalca quasi scena per scena Alien, e infatti è fantastico. Uguale, ma fantastico. È una storia che indaga una mitologia misteriosa e misteriosamente ancora presente nel presente (scusate, il dizionario dei sinonimi l'ho prestato e non me l'hanno riprestato), non potrei chiedere di meglio. Poi avrei tanto altro da dire, ma voglio prima rivedermelo in Blu-ray, e magari rivedere anche Alien.

7. Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom, di Wes Anderson, USA 2012) / Se il mondo vero fosse fatto interamente di personaggi come quelli dei film di Wes Anderson probabilmente del mondo non ci capiremmo una sega. Ma ci si amerebbe tanto di più. E vedremmo tutto attraverso un filtro ambrato, e l'unico modo per non uscire di testa sarebbe raccontarci poesie, scriverci lettere e ascoltare musica classica. Un'invasione di stramboidi porterebbe la pace nel mondo.

6. 170 Hz (di Joost Van Ginkel, Olanda 2011) / L'ho trovato al festival di Giffoni ed è stato il film più sorprendente. Storia d'amore fra due ragazzi sordomuti che si rifugiano in un sottomarino abbandonato e va a finire male. Non è una trama perfetta? Un film quasi totalmente privo di dialoghi a voce, ma con ipnotiche discussioni in lingua dei segni. A reggere il tutto uno straordinario sound design/colonna sonora. Non uscirà mai da nessuna parte, ed è difficile trovare il DVD, che però c'è.

5. Il cavaliere oscuro - Il ritorno (di Christopher Nolan, USA/UK 2012) / Io continuo a preferire Batman Begins. Le origini sono sempre le origini. Parte tutto da lì. Il potenziale che ha è inimmaginabile da far male alla testa. In ogni caso una nuova avventura mantiene vivo l'interesse, e dà senso a quelle origini. Nolan ha un bel personaggio fra le mani (Batman) e lo conosce. Si può divertire a creargli problemi spettacolari perché sa che la sua reazione sarà emozionante: dovrà combattere assassini senza ucciderli, che s'inventerà? E quando ci riesce, noi tutti ci inginocchiamo gementi e piangenti ai suoi piedi, perché lui è un Buono.

4. La tela animata (Le tableau, di Jean-François Laguionie, Belgio/Francia 2011) / Altra sorpresa giffoniana (riservata, pensate, ai ragazzini dai 10 ai 13 anni) che però è arrivata anche sul mercato italiano in Blu-ray e DVD questo Natale. I personaggi dei quadri prendono vita e lottano per essa, poiché alcuni sono Incompleti, e i Completi verso di loro sono razzisti. E in tutto questo il loro pittore dov'è? Dov'è? DOVE SEI, MASCALZONE?! Cerchiamolo, così gliene diciamo quattro.

3. Vita di Pi (Life of Pi, di Ang Lee, USA/Cina 2012) / Questo film ti emoziona perché c'è un ragazzino che, poveretto, gliene capitano di ogni: ha perso la famiglia, non ha più da mangiare, e deve addomesticare da solo una tigre nel bel mezzo dell'oceano. Però, oh, sopravvive. Gli vuoi ancora più bene, è un eroe. Insomma, un film per femminucce? No. Un film per drogati di tensione. Gli horror gli fanno un baffo, a Vita di Pi. Perché, maledetto Richard Parker, tu non mi puoi mangiare come ti sei mangiato la zebra la iena e l'orango! Dobbiamo convivere, stupido! Si vive insieme, si muore da soli! Capisci quello che dico?! [in lacrime] Poi vabè... le stelle, le balene, le piante acide, le meduse fluorescenti, le tempeste, le navi che affondano...

2. Beasts of the Southern Wild (di Benh Zeitlin, USA 2012) / Chissà se arriverà in Italia. Il film indipendente più amato e riverito dell'anno è la storia di gente del bayou che non vuole lasciare le rive del fiume dove vivono nonostante sia in arrivo un uragano che farà un sacco di danni. Protagonista è una bambina, Hushpuppy, che vive da sola con l'intrattabile padre che fra l'altro sta fisicamente molto male. Ma Hushpuppy, qualunque cosa le capiti, non si perde d'animo. Non piange neanche per un istante. A 9 anni è la matriarca della sua gente, e pure la tua.

1. Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (The Hobbit: An Unexpected Journey, di Peter Jackson, USA/Nuova Zelanda 2012) / Quando nel natale 2003 uscì Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re, io mi ero appena recuperato i precedenti film a noleggio, ed ero particolarmente gasato. Non sapevo ancora perché. All'uscita dal cinema ero senza parole, la mia vita era cambiata e, da quel momento in poi, totalmente devota all'arte delle immagini in movimento (poi sarebbero arrivati la Pixar e Clint Eastwood a confermare quella decisione). Dopo nove anni poter rivivere l'esalto e le attese di un'altra trilogia di film altrettanto potente... onestamente, io non ci credo ancora. Ho rivisto il film due volte e ancora non ci credo. Magari dopo altre due o tre visioni ci riesco. Peter Jackson ha fatto tutto giusto, sta facendo tutto giusto. È tutto tutto giusto. Insomma, mi dispiace rovinarvi/mi la sorpresa, ma è chiaro sin da ora chi è che sarà in cima alle mie top 10 dei prossimi due anni.

È fatta. E adesso... GLI OSCAR!

mercoledì 12 settembre 2012

The Something Something

The Something Something. Secondo questo schema Robert Ludlum, o meglio i suoi editori, intitolavano i suoi romanzetti thriller. Da questo template è cicciato fuori The Bourne Identity. Lo so, non perché abbia letto i romanzi del Ludlum, dio me ne scampi e liberi, ma perché ho visto i contenuti extra del film che Doug Liman ne ha tratto nel 2001.
Dio non scampò né liberò Doug Liman dal leggere i romanzi di Ludlum, che ne fruì amabilmente al college e peraltro era figlio di un funzionario dell'NSA, quindi nei complottoni ci sguazzava (o avrebbe voluto sguazzarci).
Una delle tante conseguenze di questa sciagurata mancanza del suddetto dio è che io da qualche anno mi sono messo in testo di guardare il film The Bourne Identity, e i suoi sequel The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello Sciacallo. Da qualche anno avevo anche dimenticato questa mia intenzione, se non fosse che questa settimana è uscito al cinema un altro sequel, The Bourne Legacy. E quindi adesso sto guardando la saga di Jason Bourne, finalmente.

Il popolo francese deve essere cancellato.
Jason Bourne è un agente speciale della CIA che è stato ripescato nel bel mezzo del Mar Ligure da Orso Maria Guerrini, aka il baffone della birra Moretti #truestory. Bourne ha perso la memoria, non sa neanche di chiamarsi Bourne. In realtà Bourne non è nemmeno il suo nome ma la cosa non credo che abbia mai avuto molta rilevanza. Bourne corre alla ricerca di indizi. E ogni volta che trova indizi corre perché c'è qualcuno della CIA che lo vuole morto. Svelo il finale: non muore mica lui, muore la CIA.

Nel secondo film (Supremacy) la CIA in realtà non è morta e gli dà ancora la caccia. Proprio non può farne a meno. Bourne allora riprende a correre, cercando indizi del perché la CIA lo cerca. E la CIA lo rincorre cercando indizi del perché Bourne abbia ripreso a correre. Svelo il finale: anche stavolta Bourne campa e anche stavolta muore la CIA.

Nel terzo film (Ultimatum) non so cosa succeda perché non l'ho ancora visto. In ogni caso svelo il finale: Bourne campa e muore la CIA #risateregistrate. No, dai, stavolta forse il finale è diverso, per due motivi. Uno è lo Sciacallo, personaggio che era già nel primo romanzo ma non fu incluso nella storia del primo film. Un'alternativa alla morte di Bourne e/o della CIA. E poi è l'ultimo capitolo della saga, può darsi che stavolta finalmente Bourne crepi.

Infatti nel quarto film (Legacy) Bourne, ovvero Matt Damon, non c'è. C'è Jeremy Renner, che ha un altro nome, che probabilmente non è il suo.

La saga di Jason Bourne, al contrario di quanto possiate aver dedotto dal mio fastidiosissimo sarcasmo, è una gran figata. L'ha scritta tutta, da capo a piede, Tony Gilroy. Gilroy (figlio d'arte, il padre vinse il Pulitzer) l'è un bel tipino che mi sedusse con lo splendido Michael Clayton, un thriller patinato, nominato a questo e quest'altro Oscar. Poi per caso guardai il suo L'avvocato del diavolo, quasi geniale. Questo mi convinse che la saga di Bourne condividesse la stessa patina di raffinatezza nonostante provenisse dalla peggior specie di romanzi commerciali americani. E non mi sbagliavo. Per di più a me qualche scazzottata, inseguimento e esplosione ben sceneggiata mi può esaltare tanto quanto un primo piano di George Clooney fermo e muto di 10 minuti (cfr. i titoli di coda di Michael Clayton).
La saga di Bourne passò dalla regia di Doug Liman a quella di Paul Greengrass, per finire ora nelle mani dello stesso Tony Gilroy, che è un altro motivo per cui devo assolutamente guardare Ultimatum per potermi fiondare al cinema da Legacy. Un ulteriore motivo è che Tony Gilroy stavolta si è fatto aiutare alla sceneggiatura dal fratellino Dan Gilroy, che ha già firmato sceneggiature da me particolarmente apprezzate (The Fall e Real Steel). Il terzo fratellino Gilroy, John, serve al montaggio. Sembra che fra le comparse ci sia in giro anche il figlio di Tony, Sam. E bella lì.

Ma non finisce qui. In The Bourne Legacy ci troviamo anche un'infilata di star che i primi tre film non potevano vantare: oltre al protagonista Jeremy Renner (Oscar), abbiamo il nostro amico Edward Norton (nominato all'Oscar), Rachel Weisz (Oscar), Albert Finney (nominato all'Oscar, cinque volte), David Strathairn (nominato all'Oscar). C'è persino Zeljko Ivanek, che in un buon film di spionaggio non può mancare.

Ultima differenza con la saga precedente è il cambio alla colonna sonora. Se John Powell aveva dato la sua impronta a Bourne (una delle sue migliori colonne sonore in assoluto), con Legacy ci si affida alle note di James Newton Howard che quest'anno ha disertato il suo cavaliere oscuro (Batman) per dedicarsi ad altre saghe (questa, Hunger Games, Biancaneve e il cacciatore).

venerdì 10 agosto 2012

Sciort Animescion Antisipescion

Ciao. Mi chiamo Francesco e fino a un annetto fa potevo definirmi un blogger. Adesso mi vergogno come un istrice dalle punte arrotondate se oso definirmi tale. È colpa di quel Twitter lì che si ruba tutti i miei pensieri, e al vostro povero Erudito non rimane niente con cui erudirsi/vi/li/ni/bi.

Oggi, allora, in uno slancio di orgoglio che neanche al salto con l'asta alle Olimpiadi, torno a bloggare e lo faccio al mio amore primigenio, l'animazione. Quella classica. Disney. Perfetta.

Ricuperando questa mattina le notizie della giornata di ieri, non ho potuto fare a meno di notare che un sacco di nuove piccole perle dell'animazione prossima ventura hanno pubblicato delle piccole anticipazioni.

Beccatevi 'sti cortometraggi belli come il sole, e la luna.



Paperman è il nuovo cortometraggio d'animazione originale classico sperimentale e tanti altri bellissimi attributi, Disney. Uscirà nei nostri cinema quest'inverno insieme al Classico Disney lungo Ralph Spaccatutto. Non dico nient'altro, solo immagini (vecchie e nuove):




La luna invece è il cortometraggio che in Italia vedremo fra poche settimane (5 settembre) al cinema con il tredicesimo film Pixar Ribelle - The Brave. È diretto da Enrico Casarosa, ed è ispirato all'infanzia genovese del regista, oltre che al cinema di Hayao Miyazaki. Questi concept art usciti ieri, realizzati da Dice Tsutsumi, sono molto belli, ma non state a guardarli troppo sennò rischiate di rovinarvi qualcosa della storia. Io il corto l'ho visto a un'anteprima qualche mese fa e vi assicuro che non volete rovinarvi qualcosa della storia.


Un altro corto Pixar in uscita quest'anno (il 27 ottobre, allegato alla riedizione 3D di Alla ricerca di Nemo) è Partysaurus. E' il terzo film della serie dei Toy Story Toons (dopo Vacanze hawaiiane, visto con Cars 2, e Buzz a sorpresa, visto con I Muppet). Entertainment Weekly ha rivelato in esclusiva la trama e il regista del corto Mark Walsh (animatore Pixar di lungo corso), oltre che le due prime immagini.

martedì 29 maggio 2012

Cloud di ieri sul nostro domani odierno

Una cloud mostruosa, © Carol Coates, dalla Cloud Appreciation Society
Ieri mi sono dato alla cloud. Cos'è la cloud? La cloud è una nuvola, come quella della foto qui sopra, particolarmente inquietante. Così come in punti lontani del mondo guardiamo lo stesso cielo, così in informatica tanti utenti possono utilizzare la stessa cloud, liberandosi dai vincoli del loro grigio cubicolo e accedendo ai propri dati e servizi da qualunque computer capiti sotto mano.

Il mio passaggio alla cloud non è stato affatto repentino. Chi segue le mie pippe mentali ricorderà che ne parliamo da anni, e insistentemente da mesi, cercando di trovare la formula adatta, cercando di integrare con naturalezza la nuova tecnologia alle nostre vite e al nostro lavoro. E a furia di spippacchiare mentalmente ci siamo anche resi conto che, in effetti, nella cloud ci siamo già da qualche tempo. I social network, i portatili, gli smartphone, le necessità della mobilità, tutto questo ci ha già spinto con forza verso quella cosa che oggi chiamiamo cloud, verso la delocalizzazione dei nostri dati e dei servizi di cui abbiamo bisogno.

Ora, visto che il nostro destino è questo, meglio allearci a quella mostruosa cloud di buon grado.
In particolare io mi sono affidato alla cloud di Google, essendomi reso conto di starci dentro da parecchio (fra Gmail, Google Chrome, Android, Google Documents, Google Reader, Google Maps, Google+, Youtube, Blogger&Picasa... ah, e Google motore di ricerca). La cloud dichiarata di Google sostanzialmente consiste nella trasformazione di Google Documents in Google Drive, e nella commercializzazione dei Chromebook (i portatili senza hard disk e con il sistema operativo Google Chrome OS).
Tutto bellissimo, tranne i Chromebook, che sono stati un gran flop. Il motivo principale è che costano come dei computer portatili normali, ma privi di un hard disk e un sistema operativo degni di quel nome. Siccome la cosa mi aveva scoraggiato, ho rimuginato per mesi cercando un'alternativa.

L'alternativa l'ho trovata in Jolicloud, un servizio di interfacciamento alla cloud (qualunque si sia scelto) accessibile da qualunque browser e disponibile anche come sistema operativo (Joli OS, basato su Ubuntu e sul browser Chromium, praticamente come i Chromebook).

Così, in preda a una voglia gestazionale irrefrenabile, il giorno 8 maggio 2012 decidevo che sarei passato alla cloud, e la sera stessa mi recavo di buona lena presso il negozio MediaWorld più vicino ad accattarmi il primo netbook che mi capitava sott'occhio. Oggi da quel netbook, e dal sistema operativo Joli OS, io scrivo questo post, e mi sento catapultato nel nostro domani odierno.
Certo nel domani odierno devi passare anche tre settimane a cercare i driver per la scheda grafica e i plugin per Flash, rinunciare a leggere e masterizzare dischi, scontrarti con le limitatezze dovute alle fasi ancora acerbe di sviluppo, e soprattutto devi convincere molte persone che per passar loro dei file non è più necessaria la chiavetta, ma basta che si scrivano l'URL, o catturino il QR code, o si iscrivano a Google+, o a Twitter, o a Jolicloud. Ma presto queste saranno solo nubi di ieri.